Feb
26
2012

Arte e Astrologia: gli affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara

Raccolta di una serie di video, da me scelti, dedicati allo splendido Salone dei Mesi, nel Palazzo Schifanoia a Ferrara (XIV°secolo).

In basso, riporto integralmente le note relative ai video presentati in questa pagina:

"Il Palazzo Schifanoia è una costruzione di Ferrara, risalente al 1385, oggi sede di un museo. Venne eretto su commissione di Alberto d'Este e poi trasformato e ampliato soprattutto all'epoca di Borso d'Este. Il nome voleva sottolineare il suo carattere di divertissement (letteralmente significa "che schiva la noia"). Il palazzo è soprattutto famoso per gli affreschi del Salone dei Mesi, tra i cicli pittorici parietali più importanti del Quattrocento italiano. Progettato da Cosmè Tura e dall'astrologo Pellegrino Prisciani, vi parteciparono collettivamente i migliori pittori della scuola ferrarese, tra i quali Francesco del Cossa ed Ercole de' Roberti. Il nome deriva dalle personificazioni dei mesi dell'anno, a ciascuno dei quali corrisponde un segno zodiacale e allegorie con le attività lavorative correlate. La fascia inferiore è decorata inoltre da Episodi della vita di Borso d'Este e quella superiore dai Trionfi degli dei. Ci sono pervenuti solo i mesi da Marzo a Settembre, leggibili in senso antiorario."

"Il Palazzo Schifanoia di Ferrara, oggi sede di un museo, venne eretto su commissione di Alberto V d'Este nel 1385. Il nome (che, letteralmente, significa "che schiva la noia") voleva sottolineare il suo impiego come luogo di incontri conviviali e feste di corte. Gli affreschi del Salone di rappresentanza, uno degli esempi più alti raggiunti dall'arte rinascimentale profana nelle corti italiane del XV secolo, furono eseguiti per volontà di Borso d'Este negli anni 1468-1470. La straordinaria rapidità esecutiva, ottenuta attraverso l'impiego di un nutrito gruppo di pittori (rappresentanti della cosiddetta "officina ferrarese") si spiega, con tutta probabilità, con il fatto che questi dovevano celebrare l'investitura, da parte di papa Paolo II, di Borso a duca di Ferrara, programmata all'inizio del 1471. Con la decadenza degli Estensi il palazzo fu adibito ad uso civile. Il salone ospitò le lavorazioni di una manifattura di tabacchi e poi un granaio, con una completa intonacatura delle pareti sopra le pitture ormai malandate. Rimosso progressivamente lo scialbo tra il 1820 ed 1840, gli affreschi sono stati riportati alla luce e in buona parte recuperati. Sette dei dodici campi (quelli dei mesi che vanno da Marzo a Settembre) risultavano ampiamente leggibili; gli altri erano irrimediabilmente perduti. Ogni pannello con l'affresco del Mese è suddiviso in tre fasce orizzontali. In alto: i Trionfi degli Dei Al centro: tre Decani, (figure astologiche associate a ciascuna decade del mese) In basso: scene della vita di Borso d'Este."

Chanson di Anonimo (testo di Angelo Poliziano), contenuta nei Canti Carnascialeschi, è tratta dal " Trionfo di Bacco" Chants de Carnaval dell' Ensemble Doulce Mémoire dir. Denis Raisin-Dadre. Affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara, eseguiti dai pittori ferraresi Francesco del Cossa(1436 - 1478) e Cosmè Tura (1433 circa - 1495).

"Danze rinascimentali e animazioni teatrali nel Salone dei Mesi"

Il 'Trionfo di Venere', opera di Francesco del Cossa, pittore ferrarese (1436-1478). La trovo straordinaria. Un'icona astrologica, con gli attributi della Dea, lepri, colombe, cigni. E' la vittoria della bellezza che soggioga l'amante con il suo potere primaverile.

Feb
25
2012

L’Ordine astrologico nel Paradiso dantesco: dalle Gerarchie celesti alla sfera del Primo mobile

Mi sono interessato spesso alle tematiche riguardanti le fonti ispiratrici della Divina Commedia, opera composta nella prima metà del Trecento e mi sono interessato, in particolare, a seguire i possibili contributi culturali dell’Oriente e del mondo antico.

Il modello cosmologico al quale Dante fa riferimento nella stesura del suo capolavoro è il sistema aristotelico-tolemaico, frutto della sintesi teologica formulata da Tommaso d’Aquino - verso la metà del XIII° secolo - che combina la logica di Aristotele con il mistero cristiano.

Come è noto, la descrizione dei Cieli del Paradiso si basa essenzialmente su questo modello, espresso scientificamente dagli scritti di Claudio Tolomeo, astronomo e matematico del II° secolo d.C. e, sebbene la visione dantesca rifiuti esplicitamente l’astrologia previsionale (“Questo principio, male inteso, torse / già tutto il mondo quasi, sì che Giove, / Mercurio e Marte a nominar trascorse.” Paradiso, IV, 61-63), tuttavia, in tutta la terza Cantica, il poeta fa riferimento alla dottrina astronomica e astrologica tradizionale per ordinare in uno schema celeste le categorie di anime beate che incontra nel corso della sua ascesa attraverso i Cieli, ciascuno dei quali è presieduto e caratterizzato da un pianeta. Inoltre, come vedremo, Dante prende in considerazione un nono cielo, il Primo mobile, sede dello Zodiaco tropicale, quello che interessa l'Astrologia occidentale e moderna, sconosciuto alla formulazione aristotelica originale e inserito, solo successivamente, nel sistema tolemaico per spiegare l'inesorabile moto di precessione degli equinozi e, quindi, il fenomeno dello sfasamento avvenuto, nei secoli, tra i dodici Segni zodiacali e le relative Costellazioni, il cosiddetto Zodiaco siderale, oggetto, invece, della speculazione astrologica indiana.

 

 

 

L’Ordine astrologico dei Cieli nel Paradiso è il seguente:

 

1°) Cielo della Luna (Paradiso, Canti III-IV):

Anime di coloro che non mantennero fede ai voti per cause esterne.

Beati distolti dai voti.

Piccarda Donati. Costanza d’Altavilla.

Gerarchia angelica: Angeli.

 

2°) Cielo di Mercurio (Paradiso, Canti  V-VI-VII):

Spiriti operanti che amarono la gloria.

(“Questa picciola stella si correda / di buoni spirti che son stati attivi /

perché onore e fama li succeda.” Paradiso, VI, 112-114)

Giustiniano. Romeo da Villanova.

Gerarchia angelica: Arcangeli.

 

3°) Cielo di Venere (Paradiso, Canti VIII-IX):

Spiriti amanti.

Carlo Martello. Cunizza da Romano. 

Folco da Marsiglia. Raab.

Gerarchia angelica: Principati.

 

4°) Cielo del Sole (Paradiso, Canti X-XI-XII-XIII):

Spiriti sapienti.

Tommaso d’Aquino. San Bonaventura. Salomone.

Gerarchia angelica: Potestà.

 

5°) Cielo di Marte (Paradiso, Canti XIV-XV-XVI-XVII):

Spiriti combattenti.

Cacciaguida.

Gerarchia angelica: Virtù.

Nel Cielo di Marte, i versi fanno riferimento alla luce rossastra del pianeta che porta il nome dell’antico dio della guerra, indizio sicuro, per Dante, dell’avvenuto passaggio ad un Cielo più elevato:

 

“Ben m'accors'io ch'io era più levato,

per l’affocato riso de la stella,

che mi parea più roggio che l'usato” (Paradiso, XIV, 85-87).

 

6°) Cielo di Giove (Paradiso, Canti XVIII-XIX-XX):

Spiriti ardenti di carità.

Anime di coloro che furono giusti e pii.

Davide. Traiano.

Gerarchia angelica: Dominazioni.

In questo Cielo, i versi della Commedia confermano l’associazione tradizionale di Giove con la sfera della giustizia. Il pianeta è descritto come ‘giovial facella’ (Paradiso, XVIII, 70) e ‘dolce stella’:

 

“O dolce stella, quali e quante gemme

mi dimostraro che nostra giustizia

effetto sia del ciel che tu ingemme!” (Paradiso, XVIII, 115-117)

 

7°) Cielo di Saturno (Paradiso, Canti XXI-XXII):

Spiriti contemplanti.

Benedetto da Norcia.

Gerarchia angelica: Troni.

Con il Settimo Cielo, del pianeta che porta il nome di Saturno, reggente dell’Età dell’oro, terminano gli incontri di Dante con singole categorie di beati.

 

“Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,

cerchiando il mondo, del suo caro duce

sotto cui giacque ogne malizia morta,

 

di color d'oro in che raggio traluce

vid'io uno scaleo eretto in suso...” (Paradiso, XXI, 25-29)

 

 

 

 

 

 

 

Superate le sfere cristalline dei sette pianeti, attraverso una scala luminosa e sempre sotto la guida di Beatrice, avviene la successiva ascensione nel Cielo delle Stelle fisse, in particolare, nella regione dei Gemelli, segno zodiacale di nascita del poeta.

I versi che seguono descrivono questo luogo eccelso:

 

                               “...in quant'io vidi 'l segno

che segue il Tauro e fui dentro da esso.

 

O gloriose stelle, o lume pregno

di gran virtù, dal quale io riconosco

tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

 

con voi nasceva e s'ascondeva vosco

quelli ch'è padre d'ogne mortal vita (i.e. il Sole in Gemelli),

quand'io senti' di prima l'aere tosco;

 

e poi, quando mi fu grazia largita

d'entrar ne l'alta rota che vi gira,

la vostra region mi fu sortita.” (Paradiso, XXII, 110-120)

 

Raggiunta la sfera dell’ottavo Cielo, siamo ancora in piena corrispondenza con l’originario modello di Aristotele, che considerava il piano delle Stelle fisse come limite estremo dell’universo fisico. Al di sopra di tutti i Cieli, infatti,doveva collocarsi la sede divina e quieta delle anime beate e, soprattutto, di Dio considerato come motore immobile del mondo. 

Tuttavia, è noto che nella cosmografia della Commedia, Dante prende in considerazione un nono Cielo, il Primo Mobile che imprime il movimento a tutti gli altri Cieli concentrici sottostanti. Infatti, superato questo margine della materia, egli può giungere all’Empireo, dimensione divina di eternità immobile e priva di spazio, che si pone al di là del cosmo:

“... Noi siamo usciti fore

del maggior corpo al ciel ch'è pura luce”. (Paradiso, XXX, 38-39)

 

Al principio del Paradiso, nel secondo canto, troviamo la descrizione dei Cieli planetari, comprendente la sfera delle Stelle fisse: “La spera ottava vi dimostra molti lumi...” (Paradiso, II, 64-65).

Nello stesso canto, più avanti, è spiegato in versi il funzionamento dell’intera ‘macchina’ celeste, a partire dal moto velocissimo del Primo mobile, che via via, nell’arco di ventiquattro ore, si trasmette alle sfere cristalline contenute all’interno, generando come una sorta di attrito che porta al rallentamento progressivo dei cieli planetari inferiori, da Saturno alla Luna. Rallentamento che viene percepito dalla Terra, immobile e posta al centro dell’intero universo, nella forma dei moti apparenti e relativi dei pianeti nel cielo notturno che, sulla Terra, riversano i loro influssi combinati insieme.

 

“Dentro dal ciel de la divina pace (i.e. l’Empireo)

si gira un corpo ne la cui virtute

l'esser di tutto suo contento giace. (i.e. il Primo mobile)

 

Lo ciel seguente, c'ha tante vedute (i.e. stelle simili a occhi),

quell'esser parte per diverse essenze,

da lui distratte e da lui contenute.

 

Li altri giron per varie differenze

le distinzion che dentro da sé hanno

dispongono a lor fini e lor semenze.

 

Questi organi del mondo così vanno,

come tu vedi omai, di grado in grado,

che di sù prendono e di sotto fanno”. (Paradiso, II, 112-123)

 

Come sedi di Gerarchie angeliche, seguendo l’antica formulazione di Dionigi Aeropagita, l’ottavo Cielo delle Stelle fisse è presieduto dai Cherubini, mentre il nono Cielo, il Primo mobile, è presieduto dal Coro angelico dei Serafini. Esso è fatto di sostanza cristallina al pari di tutti gli altri Cieli in esso compresi e da esso trascinati, però è del tutto privo di luci o di maculazioni. 

Questo nono Cielo è il lembo estremo, purissimo, del mondo materiale, direttamente soggetto all’impulso divino (“real manto di tutti i volumi / del mondo”. Paradiso, XXIII, 112-113).

In questo luogo si svolgono i Canti XXVII-XXX. 

Sotto la guida di Beatrice, Dante vi perviene direttamente, passandovi dalla costellazione dei Gemelli (il nido di Leda, cioè i gemelli Castore e Polluce, figli di Leda).

 

E la virtù che lo sguardo m'indulse,

del bel nido di Leda mi divelse,

e nel ciel velocissimo m'impulse.

 

Le parti sue vivissime ed eccelse

sì uniforme son, ch'i' non so dire

qual Beatrice per loco mi scelse.

 

Ma ella, che vedea 'l mio disire,

incominciò, ridendo tanto lieta,

che Dio parea nel suo volto gioire:

 

«La natura del mondo, che quieta

il mezzo e tutto l'altro intorno move,

quinci comincia come da sua meta;

 

e questo cielo non ha altro dove

che la mente divina, in che s'accende

l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove.

 

Luce e amor d'un cerchio lui comprende,

sì come questo li altri; e quel precinto

colui che 'l cinge solamente intende. (Paradiso, XXVII, 97-114)

 

 

 

 

 

In Astronomia, il moto di precessione degli equinozi è una conseguenza dell’attrazione gravitazionale combinata del Sole e della Luna sulla rotazione terrestre tale da provocare, anno per anno, un leggerissimo anticipo degli equinozi e, dunque, quello slittamento quasi impercettibile dell’anno tropico rispetto alla posizione di riferimento delle costellazioni che, con il passare dei secoli, ha portato allo sganciamento tra i segni zodiacali e le costellazioni.

E’ quel fenomeno che ha fatto sì che, attualmente, il grado zero dell’Ariete, detto anche Punto Vernale, ossia il punto dell’equinozio di primavera, coincide ormai con le stelle della costellazione dell’Acquario, dando vita, per esempio, a tutte le speculazioni astrologiche ed esoteriche contemporanee circa la cosiddetta Età dell’Acquario, inizio di un'Era di rinnovamento e pace.

Si tratta di un moto estremamente lento, stimato in circa un grado ogni settantadue anni, che fanno ventiseimila anni per il compimento di un ciclo completo (il cosiddetto Anno platonico).

La scoperta del moto di precessione viene attribuita all’astronomo greco Ipparco di Nicea (II° secolo a.C.), ma si tratta di un fenomeno forse già vagamente conosciuto in precedenza, suggerito dalle osservazioni dei Caldei che già distinguevano un Anno tropico - quello che coincide, di fatto, con il sistema astrologico dei dodici segni zodiacali - stimato in 365 giorni, 5 ore, 49 minuti e 30 secondi, da un Anno siderale, stimato in 365 giorni, 6 ore e 11 minuti.

 

Il metodo utilizzato da Ipparco per definire matematicamente la precessione fu descritto da Tolomeo nell’Almagesto, il trattato scientifico più importante dell’Astronomia antica, giunto fino a noi grazie agli Arabi. 

Proprio tra gli astronomi arabi che studiarono il moto di precessione degli equinozi si distingue Thabit ibn Qurra che, sebbene diede un’interpretazione erronea, riproponendo una vecchia teoria di Teone di Alessandria (IV° secolo) - il quale ipotizzava una sorta di trepidazione dei cieli sommata alla precessione - tuttavia, giunse mirabilmente a fissare la durata dell’anno tropico con uno scarto di appena tre secondi rispetto alle misurazioni odierne e contribuì ad integrare il fenomeno della precessione degli equinozi nel sistema tolemaico delle sfere celesti concentriche, riconoscendo nel Primo mobile il Cielo trasparente dei dodici Segni zodiacali, sganciati dalle stesse Costellazioni che ne avevano fissato i nomi nella tradizione e divisi geometricamente in regioni celesti di trenta gradi esatti.

Mi soffermo su Thabit ibn Qurra, poichè fu un uomo coltissimo e una grande figura di scienziato. Originario della città di Harran, situata nel sud dell’attuale Turchia, Thabit visse nel IX°secolo a Baghdad, centro del Califfato Abbaside e sede privilegiata per gli studi di matematica, medicina e astronomia. La sua città di origine, Harran, era il centro di una comunità allora molto influente, i cosiddetti Sabei, tra i quali si mantenevano vivi sia la filosofia greca della tarda antichità, sia il culto delle antiche divinità planetarie. Thabit, di madrelingua siriaca e profondo conoscitore dei testi scientifici greci, contribuì sostanzialmente alla traduzione in arabo dei principali trattati classici e, dunque, alla salvaguardia della scienza antica e del sapere medievale.

Di questo materiale, tradotto successivamente in latino e confluito - soprattutto attraverso la Spagna - nella sapienza medievale europea, Dante Alighieri attinse i concetti principali e ne fece poesia.

 

 

 

 

Jan
29
2012

L'oracolo di Casanova

Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1755, Giacomo Casanova fu arrestato e imprigionato nei Piombi, a Venezia. Come d'uso all'epoca, al condannato non venne notificato il capo d'accusa, né la durata della detenzione cui era stato condannato.

Ben presto, Casanova cominciò ad organizzare tenacemente la fuga. Un primo tentativo fu vanificato da uno spostamento di cella. Ma nella notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre 1756, mise in atto il suo piano: passando dalla cella alle soffitte, attraverso un foro nel soffitto praticato da un compagno di reclusione, uscì sul tetto e, in fortunate circostanze, riuscì a fuggire...

Il racconto di questa fuga avventurosa, avvenuta allo scoccare della mezzanotte del 31 ottobre 1756, è reso ancora più avvincente poichè, seguendo il racconto che Casanova riporta in prima persona, si trattò di una fuga prevista e annunciata da un oracolo bibliomantico, appositamente consultato da lui stesso durante la prigionia, estraendo, mediante un procedimento numerologico, un verso dell'Ariosto, precisamente, Orlando Furioso, IX, 7 (verso 1):

"Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre,

ne la stagion che la frondosa vesta

vede levarsi e discoprir le membre

trepida pianta, fin che nuda resta,

e van gli augelli a strette schiere insembre,

Orlando entrò ne l'amorosa inchiesta;

né tutto il verno appresso lasciò quella,

né la lasciò ne la station novella". 

 

da: Giacomo Casanova, "Storia della mia fuga dai Piombi"

(...)

Il maggior conforto che un uomo in pena possa avere, è la speranza di uscirne presto; egli considera quel felice momento nel quale vedrà la fine della sua sventura, si lusinga che non tarderà molto a giungere e farebbe qualunque cosa pur di sapere con esattezza quando verrà. Ma nessuno può sapere quando accadrà un fatto che dipende dalla volontà di qualcuno, a meno che questo qualcuno non gliel'abbia detto. Eppure l'uomo, fatto impaziente e debole, giunge a credere che si possa, con qualche mezzo occulto, scoprire quella data. Ragiona così: Dio deve saperla e Dio può permettere che il fatidico giorno mi sia rivelato dalla sorte.

Appena il curioso ha fatto questo ragionamento, non esita a consultare la sorte, più o meno disposto a credere infallibile tutto ciò che essa può dirgli. Tale era lo stato d'animo di quelli che, un tempo, consultavano gli oracoli, tale è lo stato d'animo di coloro che ancora oggi interrogano le cabale, e vanno a cercare quelle rivelazioni in un passo della Bibbia o in un verso di Virgilio, ciò che ha reso così famose le Sortes vergilianae, di cui ci parlano parecchi autori.

Non sapendo quale metodo seguire per farmi rivelare dalla Bibbia il momento della mia liberazione, mi decisi a consultare il divino poema dell'Orlando Furioso di messer Lodovico Ariosto, che avevo letto cento volte, e che lassù costituiva ancora per me la più grande delizia. Idolatravo quel genio, e lo credevo assai più adatto di Virgilio a predirmi la fortuna. 

Con quell'idea buttai giù una breve domanda nella quale chiedevo, ad un'intelligenza immaginaria, in quale canto dell'Ariosto si trovasse la predizione del giorno della mia liberazione. Poi composi una piramide rovesciata con i numeri risultanti dalle parole della mia interrogazione, e sottraendo il numero nove da ciascuna coppia di cifre, trovai alla fine, per risultato, ancora il numero nove. Ritenni perciò che nel nono canto c'era quello che cercavo. Seguii lo stesso metodo per sapere in quale stanza, di quel canto, si trovava la predizione, e trovai il numero sette. Curioso infine di sapere in qual verso della stanza si trovasse l'oracolo, ottenni l'uno. Col cuore palpitante presi subito in mano l'Ariosto e trovai che il primo Verso della settima strofa del nono canto era:

Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre.

La precisione di quel verso, e il fatto di vederlo così appropriato al mio caso, mi sembrarono tanto mirabili che, senza dire di avervi prestato fede, il lettore mi vorrà perdonare se gli dichiarerò che mi disposi a fare tutto quello che dipendeva da me per favorire il verificarsi dell'oracolo. Lo strano è che «tra il fin d'ottobre e il capo di novembre» non v'è che mezzanotte, e fu precisamente al suono della campana di mezzanotte dei 31 ottobre che io uscii dai Piombi, come il lettore vedrà.

Lo prego di non volermi prendere, dopo questo fedele racconto, per un uomo più superstizioso di un altro né per uno spirito capace di formulare un sistema sulla base di un fatto simile. 

Il mio lettore s'ingannerebbe. Narro la cosa perché so che è vera, benché straordinaria, e perché forse riuscii a salvarmi per l'attenzione che le detti. Non sono le predizioni che fanno accadere un fatto qualsiasi, ma è il fatto stesso che, avvenendo, rende alla profezia il servigio di farla avverare. Quando il fatto non avviene, la predizione è nulla; ma nella storia vi sono molti avvenimenti che non sarebbero mai accaduti se non fossero stati predetti. (...)

 

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