Jan
29
2012
Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1755, Giacomo Casanova fu arrestato e imprigionato nei Piombi, a Venezia. Come d'uso all'epoca, al condannato non venne notificato il capo d'accusa, né la durata della detenzione cui era stato condannato.
Ben presto, Casanova cominciò ad organizzare tenacemente la fuga. Un primo tentativo fu vanificato da uno spostamento di cella. Ma nella notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre 1756, mise in atto il suo piano: passando dalla cella alle soffitte, attraverso un foro nel soffitto praticato da un compagno di reclusione, uscì sul tetto e, in fortunate circostanze, riuscì a fuggire...
Il racconto di questa fuga avventurosa, avvenuta allo scoccare della mezzanotte del 31 ottobre 1756, è reso ancora più avvincente poichè, seguendo il racconto che Casanova riporta in prima persona, si trattò di una fuga prevista e annunciata da un oracolo bibliomantico, appositamente consultato da lui stesso durante la prigionia, estraendo, mediante un procedimento numerologico, un verso dell'Ariosto, precisamente, Orlando Furioso, IX, 7 (verso 1):
"Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre,
ne la stagion che la frondosa vesta
vede levarsi e discoprir le membre
trepida pianta, fin che nuda resta,
e van gli augelli a strette schiere insembre,
Orlando entrò ne l'amorosa inchiesta;
né tutto il verno appresso lasciò quella,
né la lasciò ne la station novella".
da: Giacomo Casanova, "Storia della mia fuga dai Piombi"
(...)
Il maggior conforto che un uomo in pena possa avere, è la speranza di uscirne presto; egli considera quel felice momento nel quale vedrà la fine della sua sventura, si lusinga che non tarderà molto a giungere e farebbe qualunque cosa pur di sapere con esattezza quando verrà. Ma nessuno può sapere quando accadrà un fatto che dipende dalla volontà di qualcuno, a meno che questo qualcuno non gliel'abbia detto. Eppure l'uomo, fatto impaziente e debole, giunge a credere che si possa, con qualche mezzo occulto, scoprire quella data. Ragiona così: Dio deve saperla e Dio può permettere che il fatidico giorno mi sia rivelato dalla sorte.
Appena il curioso ha fatto questo ragionamento, non esita a consultare la sorte, più o meno disposto a credere infallibile tutto ciò che essa può dirgli. Tale era lo stato d'animo di quelli che, un tempo, consultavano gli oracoli, tale è lo stato d'animo di coloro che ancora oggi interrogano le cabale, e vanno a cercare quelle rivelazioni in un passo della Bibbia o in un verso di Virgilio, ciò che ha reso così famose le Sortes vergilianae, di cui ci parlano parecchi autori.
Non sapendo quale metodo seguire per farmi rivelare dalla Bibbia il momento della mia liberazione, mi decisi a consultare il divino poema dell'Orlando Furioso di messer Lodovico Ariosto, che avevo letto cento volte, e che lassù costituiva ancora per me la più grande delizia. Idolatravo quel genio, e lo credevo assai più adatto di Virgilio a predirmi la fortuna.
Con quell'idea buttai giù una breve domanda nella quale chiedevo, ad un'intelligenza immaginaria, in quale canto dell'Ariosto si trovasse la predizione del giorno della mia liberazione. Poi composi una piramide rovesciata con i numeri risultanti dalle parole della mia interrogazione, e sottraendo il numero nove da ciascuna coppia di cifre, trovai alla fine, per risultato, ancora il numero nove. Ritenni perciò che nel nono canto c'era quello che cercavo. Seguii lo stesso metodo per sapere in quale stanza, di quel canto, si trovava la predizione, e trovai il numero sette. Curioso infine di sapere in qual verso della stanza si trovasse l'oracolo, ottenni l'uno. Col cuore palpitante presi subito in mano l'Ariosto e trovai che il primo Verso della settima strofa del nono canto era:
Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre.
La precisione di quel verso, e il fatto di vederlo così appropriato al mio caso, mi sembrarono tanto mirabili che, senza dire di avervi prestato fede, il lettore mi vorrà perdonare se gli dichiarerò che mi disposi a fare tutto quello che dipendeva da me per favorire il verificarsi dell'oracolo. Lo strano è che «tra il fin d'ottobre e il capo di novembre» non v'è che mezzanotte, e fu precisamente al suono della campana di mezzanotte dei 31 ottobre che io uscii dai Piombi, come il lettore vedrà.
Lo prego di non volermi prendere, dopo questo fedele racconto, per un uomo più superstizioso di un altro né per uno spirito capace di formulare un sistema sulla base di un fatto simile.
Il mio lettore s'ingannerebbe. Narro la cosa perché so che è vera, benché straordinaria, e perché forse riuscii a salvarmi per l'attenzione che le detti. Non sono le predizioni che fanno accadere un fatto qualsiasi, ma è il fatto stesso che, avvenendo, rende alla profezia il servigio di farla avverare. Quando il fatto non avviene, la predizione è nulla; ma nella storia vi sono molti avvenimenti che non sarebbero mai accaduti se non fossero stati predetti. (...)